I 10 migliori cantanti dell’era Woodstock

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I 10 migliori cantanti dell’era Woodstock

C’è sempre qualcosa di particolare in una voce, qualcosa di personale, non molto diverso da un particolare odore della pelle del corpo umano. Evocate dalla pancia, scandite dalla gola, sparate dalle corde vocali attraverso lingua e labbra, una voce è come un bacio sonoro… e nell’epoca di Woodstock questi baci lasciavano senza fiato!

Ecco i nostri 10 cantanti preferiti dell’epoca di Woodstock (e sebbene non tutti loro siano saliti sul palco, la loro voce ha scandito la storia del rock).

Chi sono le vostre voci preferite?

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10. john fogerty

Nato il 28 maggio 1945
Canzoni chiave: Bad Moon Rising, Fortunate Son, Proud Mary
Ha influenzato Bob Seger, Ronnie Van Zant, John Mellencamp.

 

La ruvida voce baritonale che ha infiammato i Creedence Clearwater Revival negli ultimi anni Sessanta con hit come Green River e Proud Mary non è venuta fuori in modo naturale, all’inizio.
“Nel 1964, suonavo per lavoro in un club e avevo sempre un registratore con me” ricorda Fogerty. “Registravo ogni notte e mi riascoltavo di nuovo, e ogni volta cercavo di memorizzare quel suono nella mia testa”.

Stava cercando di incanalare le voci di cantanti blues come Howling’ Wolf e Bo Diddley, che sentiva alla radio nella sua città natale, El Cerrito, in California.
“Da ragazzino, c’è stato un momento in cui ho realizzato che le cose che mi piacevano erano più pericolose delle cose che piacevano ai miei genitori” ha detto. “Ed era quel suono intimidatorio”.

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9. roger daltrey

Nato il 1 marzo 1944
Canzoni chiave: My Generation, I Can See for Miles, Pinball Wizard, Won’t Get Fooled Again
Ha influenzato Ian Gillen (Deep Purple), Robin Zanden, Eddie Vedder

 

“Non ti rendi conti di quanto sia straordinaria la voce di Roger Daltrey fino a quando non devi farla tu stesso” ha dichiarato Wayne Coyne, la cui band ha fatto un medley di Tommy come tributo agli Who durante il VH1 Rock Honors del 2008.

Dall’ansioso balbettare di My Generation al pianto spacca-vetri che domina Won’t Get Fooled Again, la voce degi Who è uno degli strumenti più poenti dell’hard rock. Daltrey non scriveva i suoi testi, ma aveva un’abilità non comune nell’adattarsi a qualunque personaggio inventato da Pete Townshend (dal vulnerabile Tommy di See Me, Feel Me all’impudente criminale di Slip Kid).

“È un processo molto strano” ha detto Daltrey. “È per questo che chiudo gli occhi mentre canto. Sono in un altro spazio, ed è il personaggio che sta vivendo in me”.

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8. jim morrison

Nato l’8 dicembre 1946, morto il 3 luglio 1971
Canzoni chiave: Light My Fire, Break On Through (to the Other Side), L.A. Woman
Ha influenzato Iggy Pop, Ian Astbury

 

Una volta Patti Smith ha detto: “La differenza fra Jim Morrison e Elvis Presley è l’umiltà. Non credo che Jim ne abbia”.

Ciononostante, Morrison (che è stato influenzato non sono da Presley, ma anche da Frank Sinatra) era capace di mostrare una sorprendente delicatezza. In People Are Strange e Light My Fire lascia librare il suo tono baritono, rendendolo quasi un sussurro. In altri punti, la voce di Morrison è tutta animo, talento e sesso – è sepolto in un grido da blues da taverna, ma capace di proiettare in un sogno quasi mistico, come in Riders on the Storm, o in una sbronza sconcia, come in L.A. Woman.
E nelle canzoni più hard rock dei Door, come Break on Through (to The Other Side) si alza il suo instabile e aggressivo sbalzo punk rock.

“Era elettrizzante, sensuale, potente e innovativo” ha detto Perry Farrell.

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7. joni mitchell

Nata il 7 novembre 1943
Canzoni chiave: Both Sides Now, Help Me, Raised on Robbery
Ha influenzato Robert Plant, Jewel, Fiona Apple

 

Joni Mitchell ha iniziato come l’archetipo della cantante-cantautrice folk, un’erede di Joan Baez. Si è tuttavia rapidamente allontanata, incorporando influenze dal jazz e dal blues.

“Joni Mitchell sentì Billie Holiday cantare Solitude quando aveva circa nove anni – e da allora non fu più la stessa” racconta Herbie Hancock. Quelle lezioni di vulnerabilità emotiva sono evidenti tanto nel suo delicato acuto da soprano quanto nel calore dei suoi lavori più tardivi, ritmati dalla sua inclinazione un po’ jazz.

“Joni ha un senso del ritmo strano e tutto suo”, ha raccontato Bob Dylan a Rolling Stone.
E più di ogni altra cosa, Joni non ne è rimasta imprigionata.
“Il modo in cui si esprime rende sempre perfetto il testo, eppure può essere differente ogni volta” continua Hancock. “È una combattente della libertà”.

6. neil young

Nato il 12 novembre 1945
Canzoni chiave: Heart of Gold, Powderfinger, Rockin’ in the Free World
Ha influenzato Jeff Tweedy, Wayne Coyne, Conor Oberst

 

Un tecnico presente ad una delle prime sessioni in studio di Neil Ypung gli disse: “Sei un buon chitarrista, ragazzo, ma non diventerai mai un cantante”.
Ma Young si dimostrò presto capace di far convivere reali emozioni con un suono che nessun altro poteva produrre – un vibrante e solitario timbro da tenore che funzionava egualmente bene con le folli note distorte dei Crazy Horse e gli accordi acustici delle sue ballate.

“Cantare le sue cose è difficilissimo per chiunque” ha detto David Crosby. “Quando Neil canta si finisce in un altro posto – decisamente non rimani al tuo posto a sedere!”.

La sua voce evoca sempre qualcosa. È eterea, spettrale, animata e completamente sua.

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5. janis joplin

Nata il 19 gennaio 1943, morta il 4 ottobre 1970
Canzoni chiave: Piece of My Heart, Cry Baby, Me and Bobby McGee
Ha influenzato Bonnie Raitt, Sheryl Crow, Lucinda Williams

 

“Si stava scuotendo in quel modo tutto suo, e stava urlando. Non avevo mai visto niente del genere” disse Melissa Etheridge dopo aver visto Janis Joplin al “The Ed Sullivan Show” nel 1969. Il profondo stridore, insieme al blues psichedelico dei Big Brother and the Holding Company (duranten la sfolta di Cheap Thrills del 1968) e il ruvido country-soul dei suoi successivi album da solista, mostrano un approccio completamente diverso da quello delle cantanti donne: selvaggia e disinibita, eppure concentrata e mirata.

Le sue esibizioni erano più un appassionante abbandono che una ricerca di perfezione.

“Le bastava cantare e urlare e gridare” continua la Etheridge, “e la sua voce sembrava una vecchia donna di colore – che era esattamente ciò che voleva Janis”.

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4. mick jagger

Nato il 26 luglio 1943
Canzoni chiave: Gimme Shelter, Sympathy for the Devil, Satisfaction
Ha influenzato Jack White, Seven Tyler, Iggy Pop

 

A volte capita di parlare con persone che cantano perfettamente dal punto di vista tecnico che non capiscono Mick Jagger.
Ciò che lui fa è complesso: il suo senso di tono e melodia è davvero sofisticato. La sua voce è sbalorditiva, avvolta dalla sua stessa anima di perfezione. Ci sono canzoni in cui Mick Jagger diventa un’altra persona.
Prendete Angie: nessuno aveva mai sentito quel tono prima, e nessuno lo risentì più nelle canzoni successive. Ed è fantastico quando canta in falsetto, come in Emotional Rescue o Fool to Cry.

Mick Jagger è un artista disciplinato, completamente preso dal suo compito. E sebbene la sua voce sia cambiata e abbia un’intonazione diversa, oggi è perfino più forte.

3. paul mccartney

Nato il 18 luglio 1942
Canzoni chiave: Yesterday, Hey Jude, Maybe I’m Amazed
Ha influenzato Elton John, Rod Steward, Elvis Costello

 

“Paul è come un pittore impressionista” ha detto James Taylor, che ebbe la fortuna di assistere alla registrazione di White Album nel 1968. “Le parti della sua musica sono elementari, eppure il risultato nel suo complesso è molto sofisticato. È un cantante molto preciso e controllato”.

Canzoni come la frenetica I’m Down dei Beatles o come la sua Maybe I’m Amazed, McCartney si rivela uno dei più agili e melodici cantanti. Ma McCartney, che ha imparato i timbri armonici da suo padre, è talentuoso anche come cantante di ballate, in grado di evocare i suoni della musica da sala britannici della sua infanzia proprio come Elvis Presley, e lo sentiamo in canzoni come Yesterday e Michelle.

“La gente sceglie sempre fra Lennon e McCartney” ha detto Taylor. “Io sono definitivamente dalla parte di McCartney. Ha una voce bellissima”.

2. bob dylan

Nato il 24 maggio 1941
Canzoni chiave: Like a Rolling Stone, Lay Lady Lay, Visions of Johanna
Ha influenzato John Lennon, Bruce Springsteen, Patti Smith, Conor Oberst

 

Bob Dylan ha fatto ciò che hanno fatto davvero in pochi, pochissimi cantanti: ha cambiato la canzone popolare, e da allora viviamo in un mondo plasmato dalle canzoni di Dylan. Quasi nessuno canta più come Elvis Presley, ma in centinaia provano di cantare come Dylan.

Per capire l’impatto reale di Bob Dylan come cantante, dobbiamo immaginare un mondo senza Tom Waits, Bruce Springsteen, Eddie Vedder, Kurt Cobain, Lucinda William e qualunque altro artista con una voce incrinata, sporca, con un accento da blues di strada. La lista è lunga, ma questa è l’infleunza di Bob Dylan, e va da Allen Ginsber a Woody Guthrie.

La sua voce è come un pugno ingarbugliato gli permette di lasciarsi andare ai toni più malinconici senza soccombere al sentimentalismo. Ciò che è davvero interessante è che, invecchiando, quel pugno si sia un po’ aperto alla vulnerabilità.

Bob Dylan ha fatto per la musica ciò che Marlon Brando ha fatto per il cinema. Ha rotto l’artificio per trovare l’arte. Entrambi hanno distrutto le regole imposte dal loro ruolo, hanno sfondato un muro, si sono posti di fronte al pubblico e hanno detto: “Vi sfido a credere che sto scherzando”.

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1. john lennon

Nato il 9 ottobre 1940, morto l’8 dicembre 1980
Canzoni chiave: I Feel Fine, Strawberry Fields Forever, Imagine, Instant Karma
Ha influenzato Bono, Neil Young, Liam Gallagher

 

C’era una tremenda intimidità in tutto ciò che John Lennon faceva, unita a un formidabile intelletto. È questo che lo ha reso un grandissimo cantante. In Girl inizia con la sua alta e metallica voce: “Is there anybody going to listen to my sorry…”.
È incredibilmente appassionato, come qualcuno che emerge dall’ombra di una stanza buia. Ma quando arriva al coro, improvvisamente realizzi che sta parlando direttamente a lei.

Ero certo dei suoi sentimenti e li riversava in tutto ciò che cantava. Una delle cose più incredibili di John Lennon e dei Beatles fu l’inusualità con cui gente della loro classe, da Liverpool, siano stati catapultati in cima alla società senza mascherare le loro voci e radici della classe lavoratrice. Era qualcosa di audace da fare, non cambiare ciò che erano. E quello era il cuore del canto di John Lennon – dire chi era e da dove proveniva.

E la cosa ancora più incredibile di John Lennon era che diceva sempre la verità. Sentiva di avere il dovere di cantare la verità e questo dava alla sua voce una singolare identità. Puntava dritto a ciò che sentiva, a ciò che aveva da dire.

Fonti – RS

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